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Le vostre scuse sono inaccettabili: fatevene una ragione!

Ogni anno nel mondo più di 200 miliardi di Animali vengono assassinati selvaggiamente. Più di 200 miliardi di vittime innocenti, inconsapevoli e terribilmente sopraffatte dalla malvagità Umana. Si tratta di ogni specie vivente, per lo più terrestri ma anche acquatiche. Animali uccisi principalmente ad uso alimentare, scientifico, vestiario, svago e divertimento...ed ogni genere di lucro, ivi compresa la caccia e il bracconaggio.

Solo in Italia nella stagione venatoria 2016/17 sono stati uccisi più di 1.700 Animali NON cacciabili, di cui circa 1.000 totalmente illegali. Quantificare una cifra approsimativa di quanti esseri viventi cacciabili siano stati sterminati è praticamente impossibile. Considerando che sul territorio italiano sono state distribuite l'anno scorso più di 700.000 licenze di caccia. Quindi facendo un rapido calcolo si può immaginare, ma purtroppo non quantificare, il macabro presente: uccisi decine forse centinaia di migliaia di Animali.

Le specie Animali attualmente cacciabili in Italia sono 58: 46 Uccelli e 12 Mammiferi (vedi articolo 18 L.157/92). All’interno dei calendari venatori è possibile modificare l’elenco della Legge 157/92 per deroga prevista dalle direttive comunitarie 409 del 1979, introducendo specie escluse oppure con rigide condizioni già applicate nelle ultime annate venatorie.

E' importante dire che tutti questi individui (Animali in qualità di esseri senzienti), uccisi per “sbaglio” o volontariamente, sono tragicamente morti dopo terribili sofferenze: uccisi a fucilate, schiacciati sotto i sassi, agonizzanti per ore o peggio giorni perché intrappolati in reti, incollati nel vischio, ancorati con legni che trapassano loro il petto, con zampe o ali spezzate, soffocati in lacci di metallo...insomma le più temibili e tragiche torture che una qualsiasi persona neanche può immaginare. Tutto questo per perseguire la caccia, una pratica vecchia come il mondo (menzionando una delle loro giustificazioni) ma assolutamente contraria ad ogni logica di moralità. Una tradizione che da secoli continua imperterrita grazie al sostegno di istituzioni, associazioni, gruppi di appassionati e purtroppo anche dall'opinione pubblica che nonostante il profondo dissenso dichiarato stenta a rifiutare dignitosamente questa vera e propria barbarie.

I cacciatori sono abili si sa, e quando vengono colpiti sul fianco dimostrano tutta la loro ipocrisia e falsità. Si reputano “veri animalisti ed amanti della natura”, grandi protettori della fauna, paladini della giustizia di fronte a specie Animali ritenute offensive e quindi pericolose per la quiete pubblica.

Non serve rispondere a queste stupide ed inqualificabili attenuanti, non ha senso ribattere la cruda realtà che viene quotidianamente raccontata da molti. E' importante invece fare informazione etica, esporre la reale situazione, convincere gli scettici che esiste altro di buono e giusto che va inquadrato e racchiuso nella propria presa di coscienza. Questo per far sì che la violenza sia finalmente abbandonata per lasciar spazio ad una maggiore consapevolezza della vita altrui.

A tal proposito riportiamo di seguito due interessanti approfondimenti pubblicati sul sito Veganzetta.org: “Caccia” (pubblicato in data 26 settembre 2014) e “Quanto uccide realmente il cacciatore?” (pubblicato in data 23 settembre 2013).

In fondo ai due articoli c'è un altro approfondimento utile per concepire meglio cosa è, o cosa potrebbe essere, l'antispecismo oggi (lo stesso è apparso come commento sul sito di Adriano Fragano Proposte per un Manifesto antispecista in data 28 marzo 2015).

Buona lettura.

 

 

Caccia


“Sulla caccia si è discusso e si discute molto. I cacciatori parlano di passione, di amore e rispetto per la Natura, di tradizione; chi è contro afferma (giustamente) che è una barbarie, che è pura crudeltà, che si tratta di un massacro legalizzato. Una volta per tutte però si dovrebbe ammettere apertamente che la caccia, come noi la conosciamo ai nostri giorni, non è solo una pratica violenta di esercizio del dominio e una tradizione sanguinaria, ma una sorta di devianza che spinge chi la pratica a ricercare compulsivamente il momento dello sparo e l’uccisione della preda. Chi va a caccia lo fa per soddisfare un bisogno reale: uccidere qualcuno. Intorno a tale bisogno si è costruita la tradizione.”

 

 

Quanto uccide realmente il cacciatore?


Nonostante la riapertura dell’attività venatoria sia stata fortemente contrastata da una nuova ondata di indignazione e da una manifestazione nazionale tenutasi a Firenze sabato 14 Settembre 2013, da qualche giorno i cacciatori sono tornati a sparare nei boschi e nei campi. Già di prima mattina è possibile udire, più o meno lontani, gli spari delle armi da fuoco che generalmente scandiscono la morte di un Animale. Ogni anno, al termine della stagione di caccia, è possibile stilare un elenco di vittime Umane, principalmente comuni cittadini impallinati accidentalmente e cacciatori deceduti per incidenti o arresti cardiaci. Lo stesso non si può dire delle vittime Animali, per cui è solo possibile immaginare il numero di morti. Occorre poi precisare che gli Animali che perdono la vita a causa dell’attività venatoria sono comunque più di quelli su cui i cacciatori riescono a mettere le mani. Il proiettile non è sempre letale. Se un Animale rimane ferito, a seconda dell’entità del danno, c’è la possibilità, più o meno alta, che esso muoia (per infezione, per fame), anche dopo diversi giorni e non pochi dolori. Se invece, l’Animale che viene ucciso possedeva una prole, quest’ultima, se non ancora in grado di procurarsi il cibo, ha ben poche possibilità di sopravvivenza. E ancora, possiamo citare il caso di Animali che perdono il proprio partner. Lo zoologo Carlo Consiglio, nel suo saggio Divieto di Caccia (1), porta ad esempio la monogamia stagionale della maggior parte delle Anatre dell’emisfero settentrionale. Se viene a mancare il partner maschio, le femmine possono avere maggiori probabilità di non sopravvivere o squilibri comportamentali.


Finora però, abbiamo elencato solamente le situazioni che riguardano il singolo individuo, la singola famiglia o la singola coppia. Occorre prestare particolare attenzione al cosidetto “saturnismo”, o avvelenamento da piombo. Consiglio afferma che ogni anno e solo in Italia, vengono sparate indicativamente 500 milioni di cartucce, equivalenti a circa 20 mila tonnellate di piombo, che si disperde nell’ambiente circostante, zone umide incluse nel caso della caccia agli Uccelli acquatici. Tutto questo piombo viene accidentalmente ingerito ed entra così nella circolazione. Gli Uccelli acquatici sono soliti ingoiare sassolini per sminuzzare il cibo consumato precedentemente e così, i pallini finiscono all’interno dell’Animale. Consiglio ci fornisce una descrizione degli effetti del saturnismo sull’organismo:


Gli animali colpiti sono semiparalizzati e non riescono più a volare, le ali si abbattono ai lati del corpo e le zampe non ne sostengono più il peso. Nei cigni, il lungo collo, non più sorretto dai muscoli, non riesce più a stare eretto. La paralisi colpisce anche l’intestino, con il rallentamento dei movimenti peristaltici e il rigonfiamento della cistifellea. Le feci sono verdi e acquose e gli uccelli colpiti si riconoscono per le piume sporche di verde e per l’aspetto emaciato.


A essere colpiti dall’avvelenamento non sono solo gli Uccelli acquatici.


I pallini sono stati rinvenuti anche nei corpi di Uccelli rapaci e altri. Senza voler aggiungere disturbo venatorio, ripopolamenti e altri danni di cui la caccia è responsabile, sappiamo con certezza che il numero di Animali che perdono la vita è molto più alto di quello che si crede, cioè quello attribuito ai semplici fucili. Ma ancora una volta, secondo i cacciatori, è tutto normale. E’ un’attività giusta, accettabile e rispettosa dell’ambiente in cui si svolge. E di nuovo, a rimetterci, sono sempre gli Animali.”


Samuele Strati


Note: 1) Carlo Consiglio, Divieto di caccia. Tutto quello che i cacciatori non vogliono farci sapere, Edizioni Sonda, Casale Monferrato, 2012, pp. 26-31

 

 

 

 

Gli Animali non sono nostri fratelli, sono altre popolazioni. Coraggiosamente si potrebbe dire che sono altri individui, altri esseri viventi senzienti con pari intelligenza, pari sensibilità, pari empatia, pari coscienza. In particolare tutti i Mammiferi, più simili a noi per conformità fisiche, possono considerarsi indubbiamente nostri simili. Come non capire coscientemente che ponendoci di fronte al viso di un Cane, una Mucca o qualsiasi Animale…si possa percepire un pensiero, un emozione, una reazione psico-fisica dettata da un movimento degli occhi o da uno sbuffo del respiro o ancora da un gesto affettuoso che tale Animale potrebbe svolgere nei nostri confronti. Come non provare per esempio con un nostro compagno d’affezione (Cane o Gatto che sia) o, anche più semplicemente ma forse in maniera più ostica, osservando le Formiche durante il loro laborioso lavoro, o le Gazze in amore a primavera. Se si concepisce questo, tramite una profonda presa di coscienza, forse ci si rende conto e si assimila che ogni essere vivente esistente sul pianeta è esclusivamente puro, e di diritto libero di gioire della propria esistenza.
La nostra società Umana è specista fin dalla sua nascita. Probabilmente l’Umano è tendenzialmente specista per natura fin da quando ha scoperto l’uso del fuoco e della ruota. Concretamente, e solo ipotizzando probabili teorie, l’essere Umano ha inconsciamente un desiderio di predominio che è intrinseco propriamente all’interno di se stesso.
Quindi cosa fare?!

Inutile procedere testardamente verso una concezione assoluta dei diritti Animali. Questo è scontato, ma al pari lo sono anche quelli degli Umani. Nulla mai si otterrà concretamente se si procederà verso una protezione “violenta e dittatoriale” a favore della salvaguardia Animale. Ciò è in parte un dovere esclusivo di alcune fazioni animaliste che di diritto devono assolutamente praticare azioni dirette e controllate per contrastare l’azione predominante e sanguinaria dell’Umano specista. Sarebbe come lottare contro mulini a vento inarrestabili che da secoli continuano a resistere fortemente a favore di raffiche di vento in continua ascesa. Quanti più Animali verranno protetti e liberati tanti altri verranno imprigionati e seviziati per alimentare un circolo vizioso e macabro.
Il percorso da intraprendere è lungo ed impietoso, ma l’antispecismo vero nella sua ideologia vuole spezzare questa incontrovertibile forza predominante che perdura da troppo tempo.
Alcuni dicono che finchè l’essere Umano non si libererà da egoismi passionali egocentrici mai potrà capire e condividere la bellezza di tutto l’ecosistema terrestre, nella sua integrità e purezza degna di ogni diritto naturale e primordiale. Alcuni (altri) paragonano il suo operato crudele ad un altro essere vivente molto diverso, dissoluto e privo di ogni remora morale rispetto alla moltitudine di specie esistenti: il Virus.
Non è difficile osservare un Leone, o un altro qualsiasi predatore libero in natura, in base a come sviluppa ed applica il proprio instinto cacciatore generato solo ed esclusivamente da un bisogno primario dettato da una fame necessaria ed utile alla sua sopravvivenza.
Inutile pertanto riflettere come e su cosa invece l’essere Umano applica (oggi come ieri) la sua ingordigia in tutta la sua ferocia e crudeltà. Basta osservare usi e costumi odierni in un epoca capitalista e consumista di cui ogni Umano è complice e purtroppo parte integrante.

Il veganismo etico è sicuramente un ottimo mezzo di diffusione informativa, condivisibile, da attuare e perseguire.
Tutto ciò che ne consegue (eticamente) è assolutamente accettabile ed utile alla causa.

Autore: Roberto Contestabile

 

Approfondimenti:

http://www.vittimedellacaccia.org/index.php

http://www.veganzetta.org/caccia/

http://www.veganzetta.org/quanto-uccide-realmente-il-cacciatore/

http://www.manifestoantispecista.org/web/un-manifesto/

http://www.promiseland.it/2018/02/17/nature-show-a-foggia-la-fiera-delle-armi-da-fuoco/

http://www.promiseland.it/2018/03/03/la-caccia-non-ha-ragioni-ne-giustificazioni/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fascino delle armi da fuoco e la cultura venatoria in Italia. Danni e complicazioni culturali di una pratica arcaica.

L’attività venatoria provoca in Italia ogni anno numerose vittime, oltre che innumerevoli danni all'ecosistema terrestre. Nonostante si proclamino "grandi ambientalisti", e dicano di amare la natura, i cacciatori sono dannosi oltre che per gli Animali, anche per l'ambiente. Ogni anno riversano sul territorio diverse tonnellate di velenosissimo piombo. Nelle zone umide, l'accumulo di notevoli quantità di pallini sul fondo dei laghi, stagni e acquitrini, provoca negli Animali il saturnismo ovvero una grave intossicazione. Il piombo è una delle sostanze tossiche più studiate, e una mole impressionante di dati scientifici dimostra che questa sostanza colpisce quasi tutti gli apparati dei vertebrati, da quello circolatorio a quello nervoso, dall'immunitario o al riproduttivo, e colpisce i bambini a qualunque concentrazione (anche le più basse). Per via della sua pericolosità oggi il piombo è stato eliminato da vernici, carburanti, giocattoli, tubature, leghe per saldature, pesi da pesca. L’unica grossa fonte di piombo nell’ambiente proviene ancora dalle munizioni per la caccia. Solo negli Usa (2012) sono state utilizzate oltre 69.000 tonnellate di munizioni, una cifra seconda solo alla quantità di piombo usata per le batterie. In Italia è stato calcolato invece che nel 2006 sono state disperse circa 10.000 tonnellate di questo pericoloso metallo. Tuttavia se le batterie vengono smaltite come rifiuti speciali i pallini e i proiettili vengono invece regolarmente rilasciati nell’ambiente. Per i “non consapevoli” questo potrebbe sembrare un danno da poco, ma secondo l'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) le conseguenze sono deleterie per tutti: Animali ed Umani.

Ma oltre a questo aspetto drammaticamente mistificato, i cacciatori utilizzano sistemi di cattura molto ingegnosi, e per questo molto rovinosi. Gli archetti per esempio sono trappole per la cattura dei piccoli Uccelli. Sono molto usati nelle valli bresciane Trompia, Sabbia, Camonica, nel Bergamasco e in alcune zone del Veneto e del Friuli nonostante siano esplicitamente vietati dalla legge ormai da molti anni. I bracconieri realizzano con rami di nocciolo, curvati a ferro di cavallo, micidiali congegni in grado di scattare allorché un piccolo Uccello vi si posi sopra. Bacche di sorbo, che da questa pratica prende il nome di "sorbo degli uccellatori", attirano soprattutto Pettirossi ma anche Fringuelli, Capinere, Verdoni, Frosoni ecc.

Non è possibile calcolare quanti siano gli archetti che ogni autunno, all'arrivo dei piccoli Uccelli migratori, i bracconieri sistemino nei boschi e nelle radure di vaste zone del nord Italia. Probabilmente milioni! Molte valli alpine ne sono infestate! Gli Uccelli catturati per le zampe rimangono appesi per ore ad agonizzare, con i tarsi spezzati dall'archetto, senza speranza di salvarsi. La "polenta e osei", tradizionale piatto della cucina veneta e non solo, alimenta il mercato clandestino dei piccoli Uccelli catturati illegalmente.

Questo per far capire come le tradizioni e le ricorrenze culturali siano altamente responsabili di tutto ciò che rappresenta il venatorio italiano. Un vero e proprio genocidio che continua incessante da sempre senza che si faccia nulla di concreto per porre fine alla morte, non solo una regolamentazione seria ma soprattutto una profonda e radicata ribellione a favore di un annullamento definitivo di questa pratica arcaica. La caccia da sempre ha rappresentato un mezzo per il sostentamento, ma oggi è utilizzata solo ed esclusivamente da cultori ed appassionati delle armi da fuoco. Individui alquanto sprovveduti che girano per i boschi italiani e sparano a qualsiasi cosa si muova: un istinto selvaggio ed irruento.

Abbiamo già detto nel precedente articolo come sia veramente paradossale ed inaudito praticare ancora simili aberrazioni, a maggior ragione quando la presa di coscienza verso esseri indifesi sia costantemente in salita. Quindi non ci soffermeremo a lungo sull'aspetto ideologico di questa barbarie, ma esporremo nel dettaglio alcuni dati molto significati per far capire nel concreto cosa significhi oggi l'attività venatoria in Italia. In ultima fase esporremo la lettura di un articolo d'approfondimento, datato luglio 2013 ma molto attuale, che aggiunge una nota di riflessione al tema in discussione.

I numeri delle vittime nella stagione 2016/17: uccisi 203 Animali definiti “domestici”, 1733 Animali NON cacciabili (specie che rientrano tra quelle cacciabili, ma cacciate in periodo, luogo o mezzi non consentiti). Nell’ultima stagione 2017/18 appena conclusa sono accadute le seguenti tragedie: tra i civili non cacciatori 24 feriti e 10 morti, tra i cacciatori 61 feriti e 20 morti, tra i minori 2 feriti e 1 morto.

Non credo si faccia molta fatica a commentare questi tragici resoconti. Ecco perchè è importante aprire un serio dibattito da parte di ogni ente o individuo preposto affinchè si instauri un concreto sviluppo di coscienza.

Per finire riportiamo qui di seguito l'interessante articolo di Annamaria Manzoni: psicologa e psicoterapeuta collabora da anni con diverse associazioni animaliste, contribuendo con saggi e articoli inerenti le problematiche psicologiche del rapporto Uomo-Animali. Ha pubblicato vari libri tra cui: “Noi abbiamo un sogno” (Bompiani), “Sulla cattiva strada”, “In direzione contraria” (Sonda). Per il sottoscritto è stata, tra gli altri, grande fonte d'arricchimento ed ispirazione.

 

L’AMBIGUA FASCINAZIONE DELLE ARMI:

 “Negli Stati Uniti un bambino di due anni uccide per sbaglio sua madre con la pistola che lei teneva nella borsetta: e si torna a parlare della diffusione delle armi.

La  vendita di armi è  commercio internazionale che non conosce crisi, in cui gli italiani-brava-gente  occupano posizioni di tutto rispetto: se non è recente la notizia degli  indiani dello stato del Madhya Pradesh,  disposti a farsi sterilizzare se il compenso  è un’arma, è invece ciclica quella che  le annuali fiere delle armi in varie città italiane registrano un numero sempre crescente di visitatori (lì i papà ci portano anche i bambini in gita); mai sopite richieste di  norme meno restrittive per la concessione del  porto d’armi a privati cittadini fanno da eco ad ogni argomentazione sul bisogno di sicurezza; se sono addirittura superflue le osservazioni sulle tragedie sempre in onda negli Stati Uniti, anche in Italia di tanto in tanto si legge che in varie città  ”è corsa al porto d’armi”.  

Insomma, per motivi solo in parte coincidenti, il fascino delle armi si esercita sulle nazioni e sugli individui.  

  Le considerazioni sulla loro diffusione  per uso bellico richiedono argomentazioni politiche, sociali, economiche: ma, quando si tratta di difesa personale, sarebbe importante non misconoscere la prospettiva  psicologica e concedere  attenzione alle  disposizioni e reazioni personali, punto di partenza di ogni altra  analisi.  Anche i fatti  dell’India, il cui governatore, soddisfatto dell’inaspettato risultato della sua iniziativa,  aveva affermato di avere “disinnescato il mito maschile della virilità con quello ben più forte delle armi”, aiutano ad una lettura a 360 gradi delle complesse dinamiche che restano vivaci dietro l’invocazione al diritto alla legittima difesa. 

In Italia le diatribe  sul  tema delle armi e sui limiti del loro possesso in nome del diritto ad autotutelarsi da ladri, stupratori e assassini riemergono ciclicamente; il dissenso è tra chi propugna la necessità dell’autodifesa dei buoni contro i cattivi,  e  chi si appella alle esperienze internazionali, che testimoniano in modo indiscutibile come la detenzione di armi da parte dei privati cittadini, lungi dall’avere funzione di deterrente al crimine, inneschi piuttosto un’escalation di violenza.

La imprescindibile osservazione di base è addirittura banale nella sua essenzialità: chi detiene un’arma, lo fa per usarla, esattamente come qualunque amante di macchine fotografiche vuole scattare le sue foto e ogni  possessore di auto desidera guidarle: "non si comprano mazze da baseball solo per guardarle né sci dell’ultima generazione per tenerli in salotto".

Dal momento che le  armi, a differenza di altri oggetti di culto,  sono  progettate per  fare del male, il loro possessore è inevitabilmente disposto e preparato a ferire ed  uccidere, e solo casuale sarà che non gli capiti di farlo. Questa fondamentale evidenza viene di norma sottaciuta e inglobata nel concetto di  diritto alla difesa, concetto tutt’altro che equivalente, perché tale diritto  è riferito al  movente causale, non alla modalità di rispondervi: il diritto alla difesa potrebbe infatti essere esercitato con mezzi del tutto differenti, basati su leggi e interventi adeguati, per non parlare di politiche che si occupassero delle cause che al crimine inducono.    

Se si tace sulla disponibilità ad uccidere di chi invoca il diritto ad armarsi, si bypassa  una realtà che, per scomoda che sia, va invece presa in considerazione: esiste e si fonda su predisposizioni, frutto della complessa interazione tra componenti innate e ambientali, che sono lontanissime dall’essere politicamente corrette.  

Proprio qui, nello spazio che divide la cultura della violenza e dell’aggressività dalla cultura del diritto e del rispetto,  prende ad allargarsi la forbice che separa chi sostiene la liceità del possesso di armi da  chi la nega.

La disposizione dell’uomo alla possibilità di uccidere, l’intrinseca inclinazione anche alla malvagità non hanno bisogno di argomentazioni dimostrative dal momento che è tutta la storia dell’umanità a parlarcene, con la sequela ininterrotta di guerre, sia antiche sia drammaticamente contemporanee, che implicitamente  autorizzano e ipocritamente disconoscono lo smisurato campionario di ogni possibile crudeltà, violenza, sadismo. “Un terribile amore per la guerra” lo definisce James Hillman nel titolo illuminante  di un suo saggio, che individua nello “stato marziale dell’anima”, nella “follia del suo amore” la ragione ultima delle  guerre e, parallelamente,   di ogni atto violento.   

Se è innegabile che istanze violente e aggressive compongono la natura umana,  quello che ha avuto luogo in occidente, entro i confini del nostro paese, nel corso degli ultimi secoli, è stato un percorso che, in direzione dello  stato di diritto,  ha regolamentato i comportamenti stabilendo  limiti sempre più stretti all’espressione della violenza, sia pubblica che privata: ha messo al bando, insieme alla pena di morte, la possibilità delle istituzioni  di togliere la vita  in risposta a  qualsivoglia crimine; ha tolto diritto di cittadinanza alle attenuanti per il delitto d’onore perché nessuna passione può giustificare l’omicidio; ha posto barriere severe all’estensione del  concetto di legittima difesa per evitarne ogni abuso.

Nel costante processo di reciproco rimodellamento e influenzamento, leggi ed opinione pubblica sono andate costruendo, in una dinamica  dialettica e inevitabilmente non lineare, una nuova etica: le norme giuridiche, introiettate, sono divenute norme personali di comportamento: ed oggi in Italia gli omicidi (se si escludono quelli riferiti alle realtà mafiose in senso lato) sono un fenomeno quantitativamente ridotto, ingigantiti se mai dall’esposizione mediatica a cui sono soggetti, sia  in virtù della loro rarità sia al servizio di una politica che ricerca il consenso attraverso risposte immediate e irriflessive alla paura che essa stessa elicita.

 Siamo tutti figli della cultura in cui viviamo, oltre ad essere gli agenti che la forgiano: a mano a mano che la vita umana, nel mondo occidentale,  è andata assumendo un valore sempre maggiore,  le armi sono divenute oggetti strani ed estranei, che molti di noi non hanno mai visto, se non al cinema, tanto che  l’intravedere il rigonfiamento di una pistola sotto una giacca diventa facilmente fonte di  inquietudine. Inquietudine che si rafforza quando si incrociano pistole e mitra di cui sono armati quelli chiamati a difenderci nelle nostre città: “Speriamo che non gli scappi un colpo!” è l’immediato  malfidente pensiero di chi, lungi dal sentirsi tutelato, continua a vedere in un’arma un pericolo innescato: perché  continua ad avere un concetto di cosa significhi  protezione che passa non dalle armi, ma dalla pacificazione sociale.

Il porto d’armi per legittima difesa in Italia è rilasciato per legge a chi detiene o trasporta valori e a chi è esposto a rischi di sequestro, di aggressione, di vendetta. Le categorie coinvolte sono quindi molto ampie: tutti i giudici per esempio corrono pericoli, così come i periti che lavorano per loro, nonché medici, psicologi, assistenti sociali, insegnanti a contatto con detenuti.

Ma, tra tutti costoro, solo una ridotta percentuale decide di richiederlo: il chè è sufficiente a dimostrare che non è una oggettiva situazione, ma una soggettiva convinzione a indurre le persone ad armarsi.

Se si escludono i malavitosi di ogni tacca e gli appartenenti alle forze dell’ordine, nonché parte di chi detiene nel proprio negozio importanti valori,  chi sono le persone “normali” che girano con la pistola? La tipologia è prima di tutto al maschile; la condizione economica è elevata; l’atteggiamento di chi pubblicamente la esibisce o comunque distrattamente la lascia intravedere  è  di  provocatoria sicurezza, di sfida. La  pistola appare una sorta di  appendice fallica ad un machismo in cerca di conferme, rinforzato dalla  reazione di intimidito stupore che induce negli altri. Imparzialità impone di rilevare che l’universo femminile, in genere non coinvolto in un ruolo attivo, ospita elementi che impersonano una sorta di archetipo di “donna del boss”, che rinforzano con la  loro sensuale ammirazione le imprese virili: valga per tutti l’esempio delle lettere d’amore solleticate dai vari Vallanzasca di turno.

Possedere un’arma significa conoscerla e maneggiarla per rendersela familiare; significa conoscerne segreti e potenzialità; comporta il prendersene cura, lucidarla; soprattutto significa imparare ad usarla il meglio possibile. Progressivamente essa si va trasformando in una sorta di feticcio, di idolo, di oggetto d’amore, importante tanto da  modificare la stessa identità di chi la possiede, in quanto diviene elemento  capace di influire sul comportamento, mezzo per  distinguersi dagli altri, fonte di virile autocompiacimento e  di orgoglio.

 Quante volte la cronaca ci parla di persone che, con “un’arma regolarmente denunciata” hanno un giorno ammazzato un vicino, un amico, molto più spesso un familiare? Ogni caso è diverso dall’altro e ogni caso, in assenza di quell’arma si sarebbe concluso in un modo che non è possibile ipotizzare : ma certo la familiarità con tale “attrezzo” ha indirizzato la reazione, perché  la violenza è anche funzione degli strumenti a disposizione. Inoltre ripetere un gesto abituale è facile e può diventare istintivo: se le circostanze, la rabbia, le passioni obnubilano una mente di solito lucida e prevedibile nel suo funzionamento, diviene una possibilità tutt’altro che remota mettere in atto un automatismo, che, per sua natura, offre un canale di scarico adeguato, in quanto diretto e immediato, ad una  aggressività in cerca di espressione.

Questa privata “corsa agli armamenti” che è il porto d’armi è supportata dalla convinzione di dover tenere a bada il male, che è percepito fuori di sé, in un ipotetico nemico; ma questo nemico non raramente è invece interno a sé, è angoscia paranoide, sospettosità,  diffidenza pervasiva e non riconosciuta,  che cerca di oggettivarsi in qualcosa di esterno, più facilmente osteggiabile. Se il nemico non c’è, lo si inventa: e allora la rappresentazione del proprio mondo privato va  popolandosi di immigrati clandestini minacciosi, di rapinatori privi di scrupoli, di sinistri individui pronti ad irrompere nella propria  casa e nella propria vita. In questo panorama il senso stesso di legittima difesa non può avere  confini reali: perché se l’altro è proiezione di  un universo persecutorio, per difendersene bisognerà inseguirlo, distruggerlo, annientarlo:  magari a scariche di pallettoni.

Che in tutto ciò giochino un ruolo esaltazione ed eccitazione è ben più di un’ipotesi: la trasformazione di sé stessi nel ruolo del giustiziere mobilita la stessa ambigua fascinazione del male su cui si basa il successo mediatico delle imprese di personaggi alla Charles Bronson o alla Shwartzenegger, che celebrano non il senso di giustizia, ma l’apoteosi della violenza.

Quanto alla localizzazione del male, quando non rappresenta  la proiezione delle proprie angosce, spesso non è nemmeno da ricercare tanto lontano, alla distanza di  ladri e assassini sconosciuti: la maggior parte degli omicidi e delle violenze, ormai è conoscenza assodata, hanno luogo dentro le mura domestiche, nella famiglia, tra persone strette da legami profondi. Questo è tema che merita, e su cui sono in corso, ampie e approfondite riflessioni: è certo comunque che  il desiderio di armarsi per legittima difesa si appella all’esistenza di un nemico ipotetico,  che spesso offusca la reale difficoltà di relazioni;  tale possesso poi finisce per rendere facile e a portata di mano la violenza estrema contro chi, familiare o amico, come nemico non è affatto riconosciuto.

 “Che illusi, se crediamo di poter applicare restrizioni sul porto d’armi!” afferma ancora Hillman, dalla sua ottica sì esistenziale, ma intrisa  della cultura americana  dove “Uzi e Colt, Luger e Beretta sono gli idoli di oggi”,  dove “la carabina è divenuta amico, compagno, fratello”: “altro che orsacchiotto!”. Noi alla carabina non siamo arrivati e siamo ancora in tempo per decidere se quello che  vogliamo è davvero  “portarci la morte nella borsa”  insieme alla pistola.

Per concludere vale la pena ricordare che il referendum svoltosi in Italia nel 1981  contro la liceità del porto d’armi prevedeva, in caso di vittoria,  anche l’abolizione della caccia, in quanto non venivano fatte  distinzioni tra armi da difesa e armi da caccia, nella convinzione che la familiarità con strumenti atti a  ferire e uccidere, non importa se esseri umani o animali, si colloca in un unico terreno, che è la cultura  della violenza.

Se tale  cultura è unita con un inestricabile intreccio a tutta la storia dell’umanità, dobbiamo essere consapevoli che ad essa, e non ad altro, si rende omaggio con la corsa alle armi che quindi la legittimano distraendo dalla possibilità di incanalare le pulsioni aggressive in più auspicabili percorsi.

 

Approfondimenti:

http://annamariamanzoni.blogspot.it/

http://www.cacciailcacciatore.org/info/danni.html

http://www.lipu.it/articoli-natura/4-caccia-e-bracconaggio/941-i-danni-della-caccia-in-italia

http://www.vittimedellacaccia.org/

http://www.isprambiente.gov.it/it

http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2014/10/07/news/armi_piombo_e_malattie-2323060/

 

Autore: Roberto Contestabile

 

NO al Nature Show! NO all'uccisione di Animali innocenti!

Come un evento all'apparenza mondano nasconde invece profonde logiche di profitto: armi da fuoco.

Purtroppo ci risiamo, e torniamo ancora una volta a gridare il nostro dissenso ad un evento opportunista, ipocrita e totalmente fuorviante: “Nature Show”.

Anche quest'anno infatti la triste manifestazione, in cui la vendita delle armi viene magistralmente mistificata, è alle porte.

Il 14, 15 e 16 aprile prossimi si svolgerà a Foggia, all'interno dei padiglioni Ente Fiera Autonomo, lo spettacolo dei cultori dell'attività venatoria, ossia caccia e pesca ed ogni sollazzo annesso. Ma la brutta notizia è che il divertimento puro non sarà a beneficio dei reali protagonisti di questa vicenda, ovvero gli Animali. Sì perchè il tema principale, per chi non conoscesse il temine venatorio, è sparare in ambiente aperto contro esseri viventi indifesi, utilizzare canne ultra sofisticate per pescare innocui Pesci, che poi non verranno mangiati (non che sia una giustificazione) ma ributtati morti nelle acque. Ma soprattutto il Nature Show pubblicizza la vendita e quindi la diffusione di pistole e fucili autentitici. Non parliamo di mezzi a scopo ludico, giocattoli per intenderci, bensì vere e proprie armi da fuoco. Le stesse che vengono adottate dalle forze militari e di polizia: armi a scopo offensivo, ferimento ed uccisione.

I casi di cronaca evidenziano un aumento dei delitti, come i fatti tragici di Macerata in cui un folle estremista ha sparato contro persone inermi ferendole gravemente. Ma non solo: i casi di violenza sono esponenzialmente cresciuti. I giornali d'informazione sono pieni di reati a scopo omicidio, soprattutto in una realtà come quella meridionale dove criminalità e scarso senso civico vanno per la maggiore. Il foggiano è tristemente famoso per eventi così tragici e penosi, in cui organizzazioni malavitose operano indisturbate all'interno di un apparente pacifica realtà.

E a Foggia che cosa si organizza? Una fiera delle armi! Sì, avete letto bene, un'esposizione di armi! Questo è davvero troppo anche per i più distratti e menefreghisti!

Come già detto l'anno scorso il nostro giudizio in qualità di associazione animalista è assolutamente negativo. Ma quello che più ci stupisce è il silenzio assordante che nuovamente, a poche settimane dall'inizio, pervade incontrastato. Le istituzioni sono assenti, le onlus latitanti, la popolazione assorta in altre occupazioni. Il nostro impegno è quello di protestare in maniera unanime affinchè eventi di questo scarso spessore etico non siano più protagonisti all'interno di un luogo dove la cultura e la gioiosità dovrebbero abbondare. L'Ente Fiera ha il dovere di diffondere progetti educativi e di sviluppo morale, e non squallide manifestazioni di morte. Oltretutto promuovere la bellezza della natura tramite il culto venatorio è ormai un passaggio ideologico che non ha più senso di esistere. Da innumerevoli posizioni sempre più persone dichiarano il loro sdegno verso l'uccisione e il maltrattamento degli Animali. Ormai non solo Cani e Gatti sono in cima alla lista delle priorità da tutelare e conservare. Il concetto antispecista è in graduale aumento proprio per identificare una presa di coscienza sempre più ampia tra chi preferisce abbandonare il vizio del gusto e dello svago opportunista rispetto alla cura e alla salvaguardia del mondo Animale. Gli Animali sono esseri senzienti dotati di ogni attitudine morale. Provano emozioni e sentimenti puri, non come noi ma molto più di noi! Non si spiegherebbe perchè l'essere Umano è l'unico individuo che pratica ogni violenza possibile in maniera totalmente gratuita. La sopravvivenza non c'entra nulla, "non siamo più cavernicoli" (almeno non dovremmo, in base ad un evoluzione logica e morale). I danni collaterali di un antroponcentrismo secolare stanno partorendo i peggiori frutti acerbi.

Senza dilagare in contesti a noi non consoni (quali inquinamento, malattie ed altro) l'equilibrio internazionale è inqualificabilmente ricco di conflitti estremi in cui più popolazioni si scontrano quotidianamente e senza sosta. L'utilizzo delle armi da fuoco è in aumento esponenziale colpa anche la politica che, tramite strategie estreme e lontane da un giudizio virtuoso, tenta inutilmente di risolvere in questo modo spregevole i contrasti tra popoli.

A maggior ragione il nostro dissenso è totalmente favorevole ad uno stop del Nature Show, e ad una rivalutazione del programma ufficiale che attualmente prevede:

- “abbigliamento accessori e attrezzature per la caccia e la pesca, armi e munizioni, buffetteria, coltelleria, riserve caccia e pesca, arte a tema venatorio, ottiche, tecnologia e attrezzature da richiamo, prodotti per la caccia e la pesca, tiro sportivo, stampa specializzata, turismo venatorio, veicoli fuoristrada, incisioni ed incisoritrofei e imbalsamazione, cinofilia ecc.”

Qui il regolamento ufficiale scaricabile:

http://natureshowfiera.it/wp-content/uploads/2018/02/regolamento_generalenatureshow2018.pdf

Ma quello che è più grave ed inaccettabile riguarda una nota all'interno del suddetto regolamento, e cioè testuali parole:

“Gli espositori si assumono ogni responsabilità riguardo al materiale che portano in esposizione in particolare per l’esposizione di armi e di munizioni, è a loro carico l’obbligo di adottare tutte le precauzioni possibili per evitare furti, incendi, spari, corto-circuiti, rumori molesti, etc.”

Ciò significa che se malaugoratamente dovesse accadere un incidente...gli organizzatori non hanno nessuno colpa e quindi responabilità! Non credo ci sia altro da aggiungere per commentare questa ennesima farsa.

Da parte nostra utilizzaremo ogni mezzo a nostra disposizione per diffondere una corretta informazione ed una giusta condivisione della giustizia e della logica.

A presto per nuovi aggiornamenti.

 

Autore: Roberto Contestabile

P.S. anche Promiseland ne parla http://www.promiseland.it/2018/02/17/nature-show-a-foggia-la-fiera-delle-armi-da-fuoco/

Noi Diciamo NO al Nature Show

Anche quest’anno Foggia ospiterà il “Nature Show”, la più grande esposizione del Sud Italia dedicata, come si legge sulla pagina ufficiale dell’evento, ad appassionati ed estimatori della caccia, della pesca, delle armi e degli sport all’aria aperta.
"Liberazione Animale" e "LunaCometa" dicono NO al Nature Show!

 

NO perché propugna un modello culturale maschilista e sciovinista

A pubblicizzare l’evento manifesti e locandine raffiguranti il mezzo busto di una donna-lupo nuda, che stringe le braccia al seno mentre un serpente le striscia giù dal collo. Ovviamente non ci stupisce che una manifestazione che esalta l’utilizzo delle armi e “sport” violenti quali caccia e pesca, venga pubblicizzata con un’immagine trasudante maschilismo e richiami sessuali più o meno espliciti: l’archetipo donna-animale, in cui la donna, proprio come la natura e gli animali, viene presentata come una creatura pericolosa, ammaliatrice e selvaggia, da domare, si sposa benissimo con l’ideologia del dominio di tipo patriarcale che purtroppo ancora caratterizza la nostra società e con l’archetipo dell’uomo-cacciatore, che di quella ideologia è figlio, in cui il maschio coraggioso e virile è impegnato ad affrontare le proteiformi manifestazioni di una natura infida e pericolosa.
Tale esempio di sciovinismo maschilista, che comunque rende efficacemente l’idea del modello culturale che l’esposizione in argomento propugna, non è l’unico elemento a suscitare la nostra più ferma riprovazione.


NO perché siamo contrari all’uso e alla spettacolarizzazione delle armi

Più che la natura, infatti, protagoniste della mostra sono le armi, strumenti di morte attorno a cui gira un business milionario, che non riguarda certo solo la caccia e il tiro sportivo. Attualmente sono in corso oltre 30 conflitti armati di grandi dimensioni nel mondo (senza contare guerriglie e sommosse), secondo l’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) , programma del Peace Research Institute di Oslo e l’Italia delle armi non fa altro che fomentare questo tragico quadro, vendendo armi in 123 paesi nel mondo, malgrado la legge 185/90 che vieta l’esportazione di armi verso paesi in stato di conflitto ed anche verso i paesi che violano i diritti umani, come Kurdistan, Siria, Libano, Iraq, Egitto, Libia, Afghanistan e Yemen. Proprio a gennaio è stato scoperto un traffico internazionale di armi verso la Somalia, che ha coinvolto camorra, mafia del Brenta e l’amministratore delegato della Società Italiana Elicotteri, Andrea Pardi (già coinvolto un’altra inchiesta su traffico di armi e reclutamento di mercenari tra Italia e Somalia), oltre che suoi collaboratori con forti legami con il mondo politico.


NO perché riteniamo non sia uno spettacolo per bambini

Non ci risulta che gli enti promotori della manifestazione abbiano predisposto misure particolari con riferimento alla partecipazione all’evento da parte dei minori. Dunque, a prevalere è purtroppo ancora una volta la logica del profitto, che, senza alcuno scrupolo etico o pedagogico, promuove e legittima la normalizzazione della violenza.
Per chi produce e vende armi coltivare giovani clienti è la strategia che assicura il futuro, propagandano l'idea che le armi siano un'attività ricreativa.
Gli uomini imparano dalla osservazione e dalla imitazione del comportamento altrui. E’ quindi inevitabile che i bambini imparino dagli adulti. Viene chiamata la ‘teoria dell’apprendimento sociale’. Se un minore viene esposto a comportamenti di aggressività e violenza, non potrà che riprodurli, imitando l’adulto con un conseguente logoramento della sensibilità nei rapporti con gli altri esseri viventi.

NO, perché sappiamo come molti cacciatori trattano i propri cani

I principali fruitori della manifestazione sono i cacciatori che considerano i loro cani esclusivamente come strumenti della loro attività.
Molti di loro detengono i propri animali in box angusti da cui escono, quando va bene, una volta al giorno, fino alla stagione della caccia. E, finita quella, spesso vengono abbandonati perché non “buoni”. Inoltre, le femmine, spesso non sterilizzate (perché è convinzione tra la categoria che perdano il fiuto) ma libere di scorazzare durante la caccia, si accoppiano e i cuccioli vengono puntualmente abbandonati.
Ecco perché i cacciatori risultano essere quelli che maggiormente contribuiscono al fenomeno del randagismo nella nostra provincia, dati alla mano.
Ricordiamo anche che al Nature Show ci sarà un’ampia esposizione delle aziende che vendono collari educativi e antiabbaio (che funzionano con scosse elettriche). Da un punto di vista amministrativo ad oggi non sussiste un esplicito divieto di vendita e commercializzazione di tali apparecchiature, seppur numerose ordinanze ministeriali siano intervenute nel tempo, ma nonostante ciò la giurisprudenza non ha mancato di chiarire nel tempo la contrarietà di tale utilizzo al benessere animale, e la conseguente rilevanza penale della condotta. Più di una sentenza della Corte di Cassazione ha confermato che “L’uso del collare antiabbaio rientra nella previsione del codice penale che vieta il maltrattamento degli animali”.

NO, perché a noi piace la natura così com’è

“Nature Show - lo spettacolo della natura”. Ecco, lasciamola com’è. Oggi, con evoluzione e progresso sullo sfondo, l’attività venatoria si continua a esercitare ma non per sopravvivere. Di caccia si muore e questo non vale solo per gli animali. Infatti, non mancano gli incidenti a danno ora di cacciatori ora di inconsapevoli passanti.
E abbandonando del tutto un punto di vista antropocentrico sulla caccia, le notizie non sono favorevoli per la natura: l’attività venatoria legalizzata mette a rischio la biodiversità. Seppur meno ‘rumorosi’ della deprecabile uccisione del leone Cecil, silenziosamente si riducono gli esemplari di ben 19 specie di avifauna già in stato di conservazione sfavorevole. Un nutrito numero di animali, già provati da un habitat pesantemente modificato dall’azione umana, soffre anche per l’inquinamento acustico provocato dagli spari tale da influenzare anche i loro ritmi di vita, compresa la ricerca del cibo. In aggiunta, e spesso sottovalutato, si rileva l’inquinamento da piombo contenuto nelle munizioni di caccia: veleno per animali selvatici, terreni e naturalmente uomo.
La caccia oggi non ha più niente a che vedere con la sopravvivenza, è un “divertimento” violento e pericoloso che fa molto male alla natura e alle persone. La fauna selvatica secondo la legge italiana è “patrimonio indisponibile dello Stato” e appartiene alla collettività. Perché qualcuno dovrebbe avere il diritto di uccidere qualcosa che è patrimonio di tutti?

A questo aggiungiamo, per gli stessi motivi, anche l'altra deprecabile attività della pesca sportiva che pure rientra oggi tra quelle attività praticate dagli “amanti della natura” e della vita all'aria aperta.

RICORDIAMO CHE AMARE LA NATURA NON SIGNIFICA ENTRARVI A GAMBA TESA PER SVOLGERE ATTIVITÁ BEN POCO RISPETTOSE DELLA STESSA, COSÍ COME NON SIGNIFICA PROVOCARE LA SOFFERENZA E LA MORTE DI ALTRI ESSERI VIVENTI. L'AMORE PER LA NATURA SI ESPRIME ANZI DIFENDENDOLA, FACENDOSI FAUTORI DI UN ACCOSTAMENTO RESPONSABILE AD ESSA CHE NULLA HA A CHE FARE CON TURISMO, ARMI E METODI PIÚ O MENO INVASIVI E/O INVADENTI.

Esprimiamo, inoltre, il nostro dissenso a una rappresentazione fuorviante da parte della pubblicità fatta al Nature Show di siffatta manifestazione, tale da farla apparire agli occhi dei più come qualcosa che celebra la natura, mentre propugna quasi solo attività che alla stessa fanno violenza, con conseguenze – come abbiamo visto – anche sul piano umano e antropologico.

L'uomo può e deve sicuramente entrare in contatto con la natura e immergersi in essa, senza usarvi però violenza alcuna. Il Nature Show, sotto il pretesto di una giornata a contatto con la natura, sembra fare piuttosto un calderone di situazioni che con essa poco o nulla hanno a che fare: dalle già citate caccia e pesca all'esposizione di auto, passando per il salone dell'Oriente (???) al villaggio medievale. Tutte attività, ad esclusione di caccia e pesca, di sicuro e vivo interesse, ma non si capisce per quale motivo inserite in un’esposizione che, dovendo essere dedicata alla natura, dovrebbe puntare a farla conoscere, a farne usufruire RESPONSABILMENTE, a diffondere la conoscenza della biodiversità, degli habitat, degli animali che la popolano. Sarebbe pertanto quantomeno opportuno chiamarla in altro modo, anche per rispetto verso i tanti che invece ogni giorno e spesso in maniera gratuita operano per la VERA salvaguardia della natura e con VERA passione e VERO AMORE per la stessa.
In conclusione ci domandiamo inoltre, dove siano associazioni ambientaliste, animaliste e pacifiste a far sentire la propria voce. Un silenzio assordante su un evento che riduce la natura a un mero oggetto di sfruttamento. Stupisce, inoltre, il patrocinio dell'Assessorato alle Risorse Agroalimentari e la partecipazione di quello alle Politiche Agricole della Regione Puglia tra gli espositori in una fiera dedicata, come recita il sito stesso, a “caccia, pesca, droni e bonsai”.

L'UNICO SPETTACOLO DELLA NATURA È LA NATURA STESSA.

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